3 Gennaio 2020, e ci si rilassa con buon giallo… e con molto altro – Parte 2 di 2

«Si può andare da uno sconosciuto e dirgli: sono un poliziotto patentato e devo controllare se lei, signore, non sia, per caso, un omicida? Oppure: dovrei, mi perdoni, stabilire, per amicizia, se la sua defunta consorte ha lasciato questa terra per carenza di salute, o perché lei ha usato qualcosa… qualcosa che non è un’arma da fuoco o da taglio, per mandarla all’altro mondo? Non si può. È vietato dal buon gusto, per non dire altro.».
Eccola qua la citazione da Largo Righini, pagina 60 dell’edizione Oscar Mondadori 2014 – citazione già ampiamente annunciata da Irene Iaccio nel precedente articolo.

E adesso sono carico come una molla, ho voglia di fare un’altra citazione libresca ma non posso citare ancora Largo Righini, altrimenti gli amici della Mondadori e gli eredi del buon Renato Olivieri chiederebbero al Blog il pagamento dei diritti d’autore, e la bella e buona Irene non ne sarebbe felice (la Belva già fatica a trovare i pochi euro annuali per il rinnovo del dominio…).

Mi reco dunque con passo da guerriero verso la mia capiente libreria ed estraggo un libro a caso: è Le città sepolte, di Michele Stefanile, facente parte della Collana Ritrovare l’Italia. Itinerari d’autore tra storia e cultura, che il Corriere della Sera edita come allegato al quotidiano stesso (all’uopo il Corriere pretende un supplemento di prezzo di Euro 5,90, ma questo è un dettaglio, la cultura non ha prezzo!).

Come dice il titolo stesso, il libro di cui stiamo amabilmente discutendo propone una rassegna di antichi insediamenti urbani che, per i più svariati motivi (la perdita di una guerra, un cataclisma, la corruzione della classe dirigente, il mutamento degli equilibri geopolitici etc), sono letteralmente e materialmente scomparsi, fagocitati dallo scorrere del tempo. Distinte per sezioni a seconda della causa della “morte” (“Sepolte dalla natura”; “Sepolte dalle armi”; “Sepolte dalla crisi”; “Sepolte dal tempo”), le varie città oggi scomparse sembrano incapaci di poter comunicare alcunché, eppure se poniamo l’orecchio a terra potremo ancora sentire la voce di un dio lontano, forse il dio Mirchione, che ci invita a non dimenticarlo, poiché gli dei esistono solo se vi è un mortale a ricordarli e forse a temerli.

Una delle “città sepolte” di cui l’autore tratta nel predetto libercolo è Alba Fucens, posta a pochi chilometri da Avezzano: «In questo luogo, secondo quanto racconta Livio, il fiero popolo italico degli Equi aveva fondato una roccaforte, su una piccola altura a dominio dello spazio circostante. I Romani se ne impadronirono nel IV secolo a.C. dopo aspri scontri, e nel 303 a.C., allo scopo di stabilizzare i nuovi territori appenninici, vi trasferirono 6.000 persone, deducendo la colonia di Alba Fucens». La città ebbe poi varie vicissitudini ma, come ricorda Stefanile, a metterla in ginocchio definitivamente fu il terremoto, così frequente e distruttivo in quella parte dell’Italia.

Sic transi gloria mundi, direbbe Irene. E anche noi, con un po’ di malinconia ma con l’orgoglio dell’impresa culturale che stiamo portando avanti, terminiamo l’articolo e Vi diamo l’arrivederci alla prossima Galeazz-puntata, cari amici lettori!

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *