Galeazzo is back, per l’undicesima puntata della February Zen Warrior Monk Fight

Le innumerevoli manifestazioni di affetto di cui sono stato oggetto a seguito dell’annunciata decisione di abbandonare il Blog (clicca qui, per rileggere il mio addio) mi hanno convinto a tornare sui miei passi.
Non posto tutti i messaggi di incoraggiamento perché non voglio violare la privacy di Voi lettori, ma sappiate che li ho apprezzati più di un caldo bonifico o di un massaggio cinese.

Hic manebimus optime, cazzo di bue!

E per festeggiare il mio ritorno, che coincide con il presente articolo, il quale a sua volta integra la dodicesima puntata della February Zen Warrior Monk Fight, cosa c’è di meglio di gettarci a piè giunti nella cultura?
E allora datemi una zappa, che con la sua lama di pietra levigata fu l’utensile fondamentale dei primi lavoratori della terra agricola.
E poi passatemi un aratro, lo strumento-simbolo dei contadini di tutto il mondo.
La zappa rompe la terra, schiaccia le zolle, rivolta i sedimenti; l’aratro, dal canto suo, spalanca la terra, traccia solchi superficiali per ripulire il terreno dalle erbacce strappandone le radici o per ricoprire di nuova terra i semi testé piantati dal laborioso agricoltore.
Tenetevi, invece, il vomere, arnese di pseudo-lavoro tipico dell’Italia del sud (non a caso il quartiere napoletano del Vomero trae da esso il proprio nome, ma questo lo sapete già, nevvero, visto che l’avevamo raccontato nel primo episodio della biografia-agiografia di Irene Iaccio?), il quale, a differenza dell’aratro che svolge un lavoro simmetrico, rovescia lateralmente la terra rivoltata, un po’ come la pettinatura a schiaffo della moglie di Fantozzi …

Pettinatura a schiaffo

 

Ripeto: passatemi una zappa e un aratro e coltiverò le vostre menti innestandovi floridi pensieri ed estirpando le erbacce del sovranismo rossobrunito. Stay tuned, la cultura è su questo Blog!

Un attimo… cosa vedo giù in strada? Un ragazzo tarchiato, di pelle bruna e dal naso camuso. Sicuramente un adoratore del fallo. Si accinge a suonare il campanello. Non deve farlo. Nella camera a fianco, Caterina riposa l’agile mente e le tenere carni. Non posso permettere che il suo riposo sia interrotto dal suono di un campanello. Metto il silenziatore, prendo la mira e sparo. Ho ucciso il Besi, il memer sovranista che intendeva prendere il mio post sul Blog. Me ne farò una ragione. D’altra parte, chi poteva immaginare che avesse l’aspetto di un dasyu, un aborigeno miscredente di origini palesemente non europee?

Ok, andiamo avanti in questo articolo di festeggiamento e ringraziamento. Sono qui sul blog, intendo rimanerci e manipolare le Vostre menti. E ora mangio una banana, buona, tigrata, matura ma non troppo. Io non dimentico, infatti, che questo è un Blog di cucina. Altri sì, io no. Eccezionale, questa banana.

Ciao amici 🙂

Maria Elena Boschi, nota lettrice del Blog.

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