Il Galeazzo misterioso (articolo di Irene Iaccio)

La legge delle terre del sud proibisce di pronunciare il nome del proprio paese di origine, nonché del proprio padre, maestro o capo.

Ma io, Irene Iaccio di Castel Volturno, ormai sono uscita dal gruppo, come un disperato ciclista gregario cui il capitano abbia ordinato di andare in fuga di prima mattina, e allora ci va, sapendo che la sua fuga non deve arrivare al traguardo, ma ci spera, spera che il gruppo faccia male i suoi conti, che a un certo punto il suo capitano a denti stretti si renda conto che quel giorno non potrà fare la sua gara e debba fare gioco di squadra per non irritare lo sponsor, e allora il direttore sportivo gli dirà “vai, vai, vaiiiiiii”.

Sono uscita dal gruppo, dicevo, e ora mi trovo sui monti orobici, in groppa a un piccolo cavallo veloce. Cerco Galeazzo, ne fiuto la presenza, potrebbe essere dopo ogni curva, dietro ogni albero, sotto ogni roccia, dentro ogni capanna.

Lungo la strada, lascio il cadavere del Cagol.

È notte. Alla luce di un fuoco di letame secco, attendo e al contempo penso allo sviluppo degli avvenimenti.

Che sarà? Che sarà? Che sarà del mio futuro? Che sarà? So far tutto o forse niente, ma domani si vedrà, e sarà, sarà quel che sarà!

Per undici giorni e undici notti resterò sui monti orobici, poi, se non ci avrò trovato Galeazzo, insufflerò nuovamente la vita in quel povero mona del Cagol e tornerò alla quotidiana routine meneghina.

Orsù, mio prode cavallo, inoltrati nelle desolate lande dove aleggia lo spirito di Galeazzo e non sentirti inferiore ad alcun cammello, siete due specie diverse, non vi è motivo perché tu instauri un’assurda competizione con i gibbuti quadrupedi. Ecco, tieni una buona carruba e sappi che questa sera ti striglierò, uh se ti striglierò, audace puledro dal tosto e turgido pene…

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