Irene, la belva meneghina. Una biografia mostruosamente NON autorizzata (Parte 1)

La latitanza prosegue ma a breve finirà.
Secondo il mio legale, che altri non è – Ça va sans dire – Caterina, la calda avvocatessa, dovrò presto consegnarmi alle forze dell’ordine, dopodiché Caterina tenterà di definire una pena concordata.
Già assaporo il dolore dolceamaro del rimpianto per la libertà.

Non credo in nulla, non credo più in nulla, tranne nella lealtà personale. Ma devo tradire Irene, perché ciò fa parte dell’accordo con la Procura della Repubblica che Caterina si attiverà per estorcere.

Ecco allora il perché di questa biografia di Irene Iaccio, che, credetemi sulla parola, amici del Blog, avrei preferito non scrivere.

Ok, vamos!
Irene nasce a Napoli, nel quartiere del Vomero il 17 Giugno 1984, in una famiglia della buona borghesia partenopea.
Ah, il Vomero, il cui toponimo, attestato alla fine del Cinquecento (quando si riferiva però non all’intera collina, ma ad un antico casale), trae presumibilmente origine dalla sua antica vocazione agricola e dal gioco del vomere, un passatempo contadino che sanciva come vincitore chi, con il vomere dell’aratro, avesse tracciato un solco quanto più possibile dritto.
Nomen omen direbbe Caterina, e infatti, come vedremo nel prosieguo delle puntate, Irene è un aratro sociale, una che, pur di arrivare dove deve arrivare (e per di più in orario!), è capace di spostare mari e monti!

Dopo la nascita, non si rinvengono dati certi su Irene fino alla tarda adolescenza.
Pare che sia stata addestrata dai monaci sciaolìn della certosa di San Martino (e pare pure che gli estenuanti allenamenti per forgiare i possenti fianchi della belva avvenissero nei cunicoli che segretamente collegano la certosa a Castel Sant’Elmo).
Frequenta poi il liceo classico dove, nonostante non parli con nessuno e si esprima perlopiù con grugniti e la tipica gestualità partenopea, consegue buoni voti: 37/60.
Diplomata, scopre in se stessa un afflato artistico. “O babbo, me ne vò a Roma, alla scuola di cinematografia” annuncia a un esterrefatto padre nell’estate del 2003.

CONTINUA, cazzo se continua!

la Certosa di San Martino

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