Minestrina

Quando io andavo a scuola, negli anni ’70, nelle scuole religiose per indicare la mensa si diceva “il refettorio”. Le alunne venivano chiamate “le educande”.

Nel “refettorio delle educande” il primo si chiamava “la minestra”.  Sbrigative ed energiche suore dai vari accenti regionali dicevano “oggi di minestra c’è la pastasciutta al pomodoro” oppure “di minestra c’è pasta e fagioli” etc.

Il secondo si chiamava “la pietanza”, ricordo che si poteva bere l’acqua solo quando arrivava il secondo.

Non so per quale motivo, ma so che anche altre persone che conosco e che ebbero a frequentare i refettori sia negli anni ’50 che negli anni ’60/’70 mi hanno confermato che si poteva bere solo quando veniva servito il secondo. Si arrivava alla pietanza con la bocca riarsa e l’acqua sembrava eccezionalmente buona.

All’interno dei refettori e nei locali limitrofi aleggiava un odore caratteristico e sempre uguale di detersivo misto a brodo, un tanfo per me familiare e tutto sommato gradevole, soprattutto se associato ai pomeriggi autunnali.

E dunque se qualche sera dovesse scattare il desiderio di immergersi in quest’atmosfera un po’ Jane Eyre un po’ Libro Cuore, rievocando educande in grembiule nero e corse a perdifiato in lunghissimi e oscuri corridoi dagli alti soffitti, anche se abitate in un monolocale a Milano due, potete prepararvi la minestrina in brodo, o “la minestra pastasciutta al pomodoro “o “la pietanza gattò di patate”.

In fondo è tutto comfort food se avete trascorso un’infanzia in collegio.

Minestrina

Per la minestrina, ne propongo una semplicissima all’acqua, direi concettuale, e aggiungerei per persone di elevato spessore intellettuale e spirituale, persone che non si preoccupano di indulgere alla golosità e trovano noioso e volgare perder tempo a far simposi su ciò che  hanno nel piatto. Basti leggere, ad esempio,  Lessico famigliare di Natalia Ginzburg per sapere che in  casa Levi – frequentata da gente come Filippo Turati,  il fisico Rasetti,  Adriano Olivetti –  si mangiava tutte le sere una minestrina Liebig e una frittata.

Mettere sul fuoco l’acqua, quando bolle salare a piacimento e cuocervi la pastina del tipo “risoni”. Quando è la pastina è cotta, eliminare buona parte dell’acqua ed  aggiungere delle foglie di alloro, dell’olio di oliva crudo e del parmigiano e servirla un pochino brodosa e bollente.

Pastasciutta al pomodoro

Cuocere delle penne rigate, a voler esser puristi e voler davvero entrare nel mood refettorio,   dovrebbero essere un pochino scotte. Per il sugo: mettere l’olio e la polpa di pomodoro insieme in pentola a freddo, aggiungere sedano carota e cipolla triturate sempre a freddo, salare o aggiungere del dado e cuocere il sugo per un’ora o anche più badando che non restringa troppo, e controllare sempre il giusto grado di sapidità. Se non piacciono le verdure in pezzettini, a fine cottura si può  frullare il tutto. Condire la pasta, aggiungendo un pezzo di burro crudo e del parmigiano.

Gattò di patate.

Questa è la versione che ci preparavano le suore e che io adoravo. Occorrono patate lesse o purè avanzato anche quello in fiocchi può andare. Si condisce il purè di patate caldo (o le patate stracotte appena passate allo schiaccia patate) con un uovo ogni 700 gr. di patate, abbondante burro, formaggio grattugiato (grana se si vuole il gusto refettorio, pecorino se si gradisce un sapore più rustico e quindi moderno), pepe, noce moscata. Si fa uno strato di purè in una teglia imburrata e cosparsa di pangrattato vi si sparge sopra emmenthal a fettine sottili e prosciutto cotto, si ricopre con un altro strato di purè condito come sopra. Si cosparge di pangrattato,  fiocchi di burro e parmigiano grattato si passa in forno a 180 per una ventina di minuti o fino a che si forma una bella crosticina.

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