Non scordiamoci il segreto dell’acciaio, mai!!!

Cari amici del blog di Irene Iaccio, continua il mio stato di latitanza di cui Vi ho narrato nel precedente, mitico post, ma la durezza del vivere allo stato brado è tremenda. Il freddo e l’umidità, in particolare, colpiscono duro.

E allora oggi, il Galeazzo Vi dice ciò (lo metto già a mo’ di citazione perché sento che queste parole entreranno negli annali della storia del pensiero filosofico):

in verità, in verità Vi dico: attenti, o miei discepoli, a gettare il frutto della tecnologia e, più in generale, della tecnica.
Questo è ciò che i fetentòn-pappòn-massòn-rosicruciani vorrebbero che noi umani facessimo, perché quando essi – a breve, molto a breve – sferreranno l’atto finale, ci vorranno sprovvisti di ogni arma.
Galeazzo dice NO, e questo Tu lo puoi capire!
L’arte, la scienza, la tecnica, l’artigianato, il saper fare, con le mani e con la testa, non sono frutti bacati ma alcuni dei migliori frutti dell’Uomo.
Che a loro volta contengono un galeazzonico seme di ricrescita, speranza ed aureo domani.
E allora, cari ragazzi, Io, Galeazzo Pomponio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi Gargiulo, dico SI al denaro, allo sviluppo informatico e più in generale tecnologico, all’ingegneria ed al sesso promiscuo.
Ma dico anche ACHTUNG: dobbiamo cominciare a usarli bene, con galeazzonica saggezza e lungimiranza.
Gli alieni fetentoni e papponi, quelli che si nutrono della nostra paura, vogliono che noi distruggiamo arte, scienza e tecnica.
Io dico NO al loro NO!!! Io dico: sviluppiamole, usiamole per vivere alla grande e silurare i rosicruciani, che – per inciso – senza di noi non stanno neanche in piedi.
Usiamole come strumenti di guerra, di possente e luccicante ardore.
Là, dove ci detergeremo il sudore con i licheni che avranno assorbito il sangue dei rosicruciani morti in battaglia, noi berremo, innalzando il fresco calice a Lui (cioè, a Me), Galeazzo Pomponio Gargiulo, signore della tecnica applicata ai migliori sentimenti umani. Slapp!”.”

Così parlò Galeazzo, salutò con un cenno i discepoli e ritornò alla forgiatura della sua spada di ghisa.

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