Roastbeef di migrante

Oggi al ristorante ho incontrato Deborah Serracchiani. Era seduta in una saletta affianco alla mia, carica come una molla perché aveva appena aggiunto una acca al suo nome.

E quando Deborah è carica, si fa una bella mangiata di carne di migrante, quest’oggi un paio di etti di roast-beef, leggero e al contempo nutriente.

“Bbòno sto negro. Aò è mejo der canguro! Uach uach uach” esclamava la bella Deborah, tra il tripudio dei commensali, felici di poter tornare a votare una sinistra vicina al popolo.

“Daje Debborah che superamo i grillini da destra e annamo ar governo” confermava la sua nuova consulente d’immagine e contenuti, l’avvocatessa Caroli.

Nascosto in un angolo, un tenero bimbo di etnia Masai piangeva piano e sognava di andarsene dall’Italia.

“No, bimbo, la battaglia è qui. L’Italia è tua, è nostra. Siamo l’Italia migliore di sempre”. E ci siamo abbracciati, come si conviene a due esseri umani.

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