Splendori e miserie di 6 vocaboli

 

“Siamo crocchelle arena, appetitose, gustose
“Olio cuore: leggero, saporito, gustoso.”

Appetitoso, gustoso e saporito sono pressocchè scomparsi dal lessico culinario.

Già nella seconda metà degli anni ’80 e nei primissimi anni ’90 erano stati soppiantati da altri aggettivi come l’atroce  sfizioso, un derivato di sfizio cioè “piacere superfluo” e un po’ ruspante. Tipo quella trasmissione di Smaila, che tutti i maschi adolescenti di provincia si guardavano la notte sulle TV private. O tipo il Drive in, o tipo i cinepanettoni quando ancora non si chiamavano cinepanettoni. Fa quasi tenerezza a ripensarci.

Discorso a parte merita il sostantivo,  di dannunziana memoria, Piacere.

Che prima dicevamo  “Piacere” solo quando ci presentavano qualcuno. O al Sud, preceduto da per come sinonimo di per favore: Per piacere passami la mamma!” oppure “Ho piacere” per dire “Sono contento” (per gli esempi vedere  il capolavoro Pierpaolo a Dusseldorf)

Ad un certo momento la milanese Lina Sotis per prima, seguita molti anni dopo da Sibilla della Gherardesca e da un esercito di aspiranti snob, decise che era da cafonazzi dire “Piacere” (beh certo non è che potevamo dire “mi chiamo Luigi Rossi vaffanbagno cara signora!” e ci tornava tanto comodo il vecchio caro “molto lieto!” che le persone perbene si sono sempre dette, a prescindere dall’effettiva letizia del momento).

Piacere è oggi, nel lessico alimentare, un termine più bisunto del Cappotto di Akakij Akakievic.

Eppure, lui e il suo carico di intenzioni voluttuose e malandrine ancora persistono in molti spot pubblicitari: “i piaceri del fondente” . Ma veramente basta! Uccidiamolo.

Tornando a sfizioso, esso sopravvive ancor oggi su Facebook nei blog di cucina insalubre dedicati alle donne tra i 47 e gli 80 anni: tale è infatti l’età anagrafica di sfizioso.  Lui  porta ancora i collant color carne tanto per dare un’idea di come è messo a fashion. Ilsignor Sfizioso mette ancora  la sottiletta sulla scaloppina.

Gli urbani 40/45enni hanno da almeno 10 anni eliminato sfizi e piaceri dal proprio menù, per concentrarsi su altre atmosfere. Atmosfere da amaro Montenegro, da veterinario di montagna, da autunno sull’appennino tosco emiliano insomma: le famose atmosfere del  territorio.

Sta di fatto che nostrano è desueto, lui e la sua aura paesana. E ormai tutti ce ne infischiamo se un prodotto sia o meno genuino.  Questi due rottami del passato hanno dovuto cedere il loro posto alla locuzione “del territorio“. 

Fino a pochi anni fa, il territorio appariva solo sui libri di geografia delle medie e sui trattati di diritto internazionale.

Del territorio” ha un codazzo di parenti stretti come “presidio“, “chilometro 0“, e i vari acronimi che l’hanno storicamente e semanticamente preceduto DOC, DOP.

Tutti questi vocaboli sono i frutti maturi e ormai quasi marci di decenni e decenni di PAC, che ci hanno resi edotti sulle preziose risorse “del territorio“: una volta c’erano solo il prosciutto di Parma o il parmigiano o il culatello,  poi il territorio ha  dilatato i propri angusti confini emiliani per etichettare qualsivoglia alimento fosse anche  la patata di non so dove, il rapanello nano dell’etruria o la cipolla rosata di Vattelappesca.
Seriamente, come faremmo oggi senza la cipolla di Tropea ? Cosa sarebbe la nostra vita senza olio EVO comunitario spremuto a freddo?  (che poi  confesso di non aver capito per anni cosa fosse esattamente l’olio EVO)

La fine dei 90 e i primi 2000 hanno implementato questa tendenza terrificante.  Ci siamo trasformati da che eravamo  poveri fessi mangiatori di Sofficini in individui  saccenti, pretenziosi e schizzinosi. Nel 2009 ho visto con i miei occhi la premurosa mamma di un 40enne lombardo ( e poi dicono le mamme del sud!!) esigere dal proprio compiaciuto formaggiere di fiducia il “parmigiano delle vacche rosse“, il solo gradito all’esigente figliolo oggi 50enne ! Ma vi rendete conto? SEGUE.

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